Parrocchia di Sant’Andrea Apostolo

Scarse e sporadiche appaiono le notizie su Capralba, riguardo ai secoli più antichi e alla possibile epoca della sua nascita come nucleo abitato, che non è illogico pensare come già preesistente alla data della sua prima citazione documentale. Un velo è stato squarciato dagli scavi per la posa dei matanodotti Sergnano-Casirate e Sergnano-Agnadello, nelle aree a nord dell’abitato di Capralba e a Campisico. Sono stati infatti rinvenuti: un tratto viario di epoca romana, legato alla centuriazione bergamasca, dei pozzi realizzati in frammenti di laterizi per la captazione dell’acqua, un fontanile (il più antico in Lombardia), reperti ceramici e numismatici che fanno risalire l’insediamento all’età augustea, I° secolo a.C. Probabilmente, però, già dal secolo successivo i siti vennero abbandonati, perchè si nota che la manutenzione delle infrastrutture nella zona e il contenimento delle acque divennero inadeguate. Ma il sito di Campisico mostra una nuova e consistente attività insediativa a partire dall’epoca tardo-antica ed alto medioevale, su queste aree precedentemente frequentate ed utilizzate dai romani. Infatti sembrano allinearsi alle direttrici della centuriazione i cinque edifici riconosciuti in fase di scavo che sono stati inquadrati tra l’VIII° ed il X° secolo, costituiti da intelaiature lignee di pali e travi orizzontali di fondazione, di cui restano solo le impronte nel terreno: buchi di palo e canalette. Ma bisogna risalire la storia al 1151 per trovare la prima menzione finora nota in cui compaia il toponimo di Capralba: dove riportandosi una sentenza data dai consoli di Crema sopra una questione fra l’abate del convento benedettino di Astino e certo Lanfranco di Caravaggio nel possesso di un terreno a Levate, si cita fra i consules di Crema Bernardus de Cavralba, carica allora riservata a rapprsentanti di nobili famiglie. Personaggio che ritroviamo a presenziare, nel 1157, ad un nuovo accordo tra la badessa del monastero di S. Giulia di Brescia e i consoli di Piacenza circa la rispettiva competenza sul porto piacentino e sul traghetto del Po. Bernardo, visti gli stemmi, fa parte della famiglia gisalbertina e dei conti di Farinate, che sul principio del XII° secolo si trasferirono a Capralba e a Crema, aprendo la serie dei conti di Capralba; allora i conti venivano identificati col nome della loro contea. E’ durante il periodo dei conti gisalbertini che Capralba completa la bonifica del suo territorio. E’ stato un lavoro immenso divenuto col tempo marchio ereditario, segno di distinzione e di caparbietà ed attaccamento alla propria terra. Da un lato l’azione volta a consolidare gli alvei naturali dei fiumi, e derivare, da essi, nuovi canali per alleggerirne la portata e contenere le esondazioni; d’altro canto lo straordinario fluire dei fontanili, ad incanalarne l’acqua ed estendere la superficie delle terre asciutte e coltivate.
Fontanili, una miriade, che svolgono una funzione essenziale di bonifica ed irrigazione simile a quella della massa arteriosa attorno al cuore di un uomo. Bonifica che trova il suo compimento nel 1390, con lo scavo dell’ultima roggia, l’Alchina. Ma, nonostante questo, Capralba non è riuscita per un lungo periodo a svilupparsi, condizionata da pesanti situazioni: la sua posizione defilata ed isolata lontana dalle grandi vie di comunicazione e di confine tra due stati, Milano e Venezia; ; la presenza sul suo territorio, fino a metà del XIX° secolo, di fitte boscaglie (tra cui il ben noto Bosco Canito), ricettacoli di bande autrici di rapine e assalti nei confronti dei passanti, più volte denunciati dai sindaci del tempo; la presenza, nei suoi contorni, per tre secoli (1454-1756) delle terre neutrali delle Caselle e delle cascine Grassi e Carere, rifugi di coloro che avevano a che fare con la giustizia nello stato veneto o milanese, e serbatoi dove i signorotti locali di manzoniana memoria assoldavano i bravi. Solo col superamento delle problematiche sopra descritte, Capralba riuscirà ad imboccare la strada del suo sviluppo insediativo ed economico, aggregando i comuni di Campisico e Farinate e dando vita ad una agricoltura che per varietà di produzione e produttività risulterà tra le più fertili del paese. Ma saremo ormai al 20° secolo.
Storia religiosa
La prima attestazione di un insediamento religioso a Capralba risale al secolo XIV°, quando, nel Liber Sinodalium del 1385, le chiese di S. Zeno e di S. Andrea vengono dichiarate soggette alla Pieve di Misano. Gli estensori degli Atti delle Visite di Mons. Castelli e Mons. Regazzoni sottolineano, invece, che a Capralba oltre alle chiese citate, ne esistevano altre due: una dedicata ai SS Andrea e Zenone e l’altra titolata ai SS Gervasio e Protasio. La chiesa dedicata ai SS Andrea e Zenone era la nuova chiesa parrocchiale posta all’estremità occidentale del villaggio, lungo la strada Crema-Misano, costruita posteriormente ai Censi e per questo non registrata. Infatti, gli Atti della visita Lombardi sono espliciti: la prima chiesa parrocchiale di Capralba, quella più antica, dedicata al solo S. Andrea, sorgeva all’estremità orientale del paese, nel luogo chiamato “Campo di S. Andrea” (Cascina Bettinelli); ancora nel 1788, quando scriveva l’estensore di quegli Atti, vi era in quel luogo il cimitero, che però non si usava più per le sepolture. La seconda chiesa parrocchiale dedicata ai due Santi Andrea e Zenone venne costruita all’estremità opposta di Capralba, con a fianco il nuovo cimitero. Quando sia stata eretta non è noto, perchè gli Atti della visita Lombardi si limitano a dire che al tempo della prima Visita Apostolica di Mons. Regazzoni (1583), già il titolo della chiesa era dei due Santi associati. Essa fu interamente ricostruita nel periodo 1648-1659, come è espressamente affermato dai citati Atti, essendo Rettore Parroco Don Michele Rossignoli. L’oratorio dedicato ai due Santi Gervasio e Protasio sarebbe stato eretto tra l’XI° e XII° secolo. Dopo il 1370 vi officiavano i frati conventuali di S. Francesco di Crema. Nel 1566 si trova menzione dell’oratorio sottoposto alla parrocchiale di Capralba. Nel 1583 il Visitatore Apostolico Regazzoni definì l’edificio “diruto” e dispose di non celebrarvi la messa prima di averlo ricondotto ad uno stato più decoroso. Dopo un periodo utilizzato come cantina, venne demolito. Nel 1580 la parrocchia di Capralba fu distaccata dalla diocesi di Cremona e venne unita alla diocesi di Crema. La chiesa parrocchiale subì nel 1802 un grosso intervento di riparazione e consolidamento in seguito ad una forte scossa di terremoto, che richiese la convocazione urgente del Consiglio Comunale per trovare le necessarie coperture finanziarie. Così come nel 1923 per assicurare l’edificio, specialmente sulla parte sovrastante il presbiterio, che presentava fenditure e lesioni assai pericolose; si procedette a rinforzare le parti meno sicure, ricostruendo la muratura e il tetto, che aveva ormai travi fradice e sul punto di cedere e precipitare. Il paese cresceva e si consolidava. La chiesa parrocchiale sorgeva su un’area complessiva di 690 mq; era a semplice navata di tre campate, con una superficie utile di 104 mq. La chiesa, anche se da poco sistemata, risultava insufficiente a contenere i fedeli alle varie funzioni. Il vescovo di Crema Mons. Minoretti, nelle due Visite Pastorali del 1919 e 1924, scriveva: “La massima cura e direi quasi l’esclusiva cura pel momento è quella di pensare alla costruzione della nuova chiesa parrocchiale. L’attuale è insufficiente e non merita nè presenta possibilità di ingrandimento”. Ne erano ormai tutti persuasi. Si creò un Comitato “pro erigenda nuova chiesa” che incominciasse a raccogliere fondi. Si diede vita ad una Commissione parrocchiale, con due membri nominati direttamente dal Vescovo, perchè incominciasse ad individuare l’area più idonea, trovare un progettista, predisporre il progetto ed un minimo di preventivo di spesa. Si individuò un area centrale del paese, a fianco della vecchia casa parrocchiale. Si acquistarono le vecchie case gravanti sull’area prescelta; si procedette alla loro demolizione. La posa della prima pietra avvenne l’11 settembre 1933, benedetta da Mons. Marcello Mimmi, prima di partire per Bari, dove era stato destinato quale nuovo Arcivescovo. La sua costruzione durò dieci lunghi anni, dovuto anche al fatto che nel periodo bellico spesso era difficile reperire i materiali necessari. Il 17 giugno 1944 sua Ecc.za Mons. Franco, apriva solennemente il tempio al culto nonostante fosse ancora incompleto. Il progetto fu redatto dall’Arch. Ing. Franz Cavallotti di Milano: una chiesa con il volto e le caratteristiche dello stile romanico con tonalità moderne; la ditta costruttrice Bettinelli Angelo di Trescore Cremasco. La nuova chiesa fu poi completata negli anni successivi: campanile e concerto di 8 campane della ditta Crespi di Crema nel 1950; copertura in rame della cupola nel 1960 ad opera della ditta Scribani di Lodi; le nuove vetrate realizzate dalla ditta Caron di Vicenza nel 1957-58. Nel settembre del 1953 Mons. Mimmi, ormai Cardinale a Napoli, veniva a visitare la chiesa ultimata, da lui iniziata 20 anni prima. Cose artisticamente pregevoli all’interno della chiesa: il reperto più antico è un affresco strappato dalla vecchia parrocchiale raffigurante la Madonna col Bambino collocato in una incorniciatura lignea, del cinquecento. Del XVI° secolo un’importante pala d’altare che rappresenta la Glorificazione di Maria attribuita a Vittoriano Urbino. La pala d’altare raffigurante l’Incoronazione della Vergine e i Santi Andrea e Zenone, firmata da Giacomo Botticchio datata 1647. Si trova, infine un altro dipinto di un certo interesse, raffigurante S. Agnese. L’opera è inventariata con il singolare riferimento a Girolamo Induno e datata verso il 1860; la tela però rivela i caratteri stilistici di Tommaso Pombioli (1579-1636).
