Teniamo viva la speranza

Itinerario pastorale 2025 – 2026

Carissimi tutti,

in queste pagine condividiamo l’itinerario pastorale per le nostre comunità, in unità pastorale, per l’anno pastorale 2025 – 2026, frutto della riflessione e del lavoro comunitario del Consiglio pastorale di UP, con la presenza dei catechisti, degli educatori, dei membri dei Consigli degli oratori e di altri operatori pastorali, riuniti in oratorio a Capralba martedı̀ 28 ottobre 2025.

Ci ha guidato e ha orientato la riflessione la lettera alla diocesi per l’anno pastorale in corso del nostro Vescovo Daniele

I tuoi sentieri sulle grandi acque.

Teniamo viva la speranza.

Ci ha orientato anche il riferirci ai significati dei tempi liturgici, che ritmano la vita e il cammino delle nostre comunità cristiane in unità pastorale, come accompagnano il cammino di tutta la Chiesa.

Ci ha incoraggiato l’esperienza che abbiamo vissuto lo scorso anno e quello prima: dedicare un po’ di tempo insieme per riflettere e affidare alle nostre comunità un orizzonte comunitario nel quale inscrivere il cammino di tutti e di ciascuno.

Abbiamo scelto un titolo che si articola in una prima parte, più immediata e in una seconda parte declinata in modo differente per ogni tempo liturgico o tempo ecclesiale.

In merito al TITOLO dell’anno nella sua PRIMA PARTE terremo la seconda parte del titolo della lettera del Vescovo, tratto dalla Lettera ai Romani di S. Paolo apostolo (cf. Rom 15, 4), che ci ricorda che siamo ancora – almeno fino a inizio gennaio – nel tempo del Giubileo della speranza: Teniamo viva la speranza.

Sono parole incoraggianti e significative.

Sono tratte dalla Parola di Dio, dal nuovo testamento e rivolte ad una comunità di credenti, ebrei e pagani convertiti, che Paolo vuole incontrare, ma ancora non conosce. Scrive loro quasi al termine del suo terzo viaggio missionario consapevole che la comunità di Roma viveva la difficoltà di convivere e di trovare un’unità di intenti. Scrive loro anche per offrire un insegnamento apostolico e per rafforzare la comunità di fronte alle pressioni del tempo che mettevano alla prova il suo cammino e la sua fede. Per

questo la lettera contiene verità teologiche e indicazioni pratiche su come i credenti devono comportarsi nella vita quotidiana, sia individualmente che come comunità.

Per questo ci sembra importante custodire queste parole come titolo, in quanto ci richiamano a fare memoria della nostra fede, che trova il suo unico fondamento in Gesù Cristo e ci incoraggiano a vivere questo tempo buono che ci è dato ma che vede anche momenti di difficoltà e segni di crisi.

Anche le nostre comunità sono invitate a fare unità e non è sempre semplice. Queste parole ci invitano a non venire meno nella fiducia nel Signore, nella Chiesa e nel cammino che insieme stiamo condividendo.

Per la SECONDA PARTE del TITOLO viene indicata un’espressione che ci riconduce al significato del tempo liturgico che viene vissuto. L’abbiamo fatto scegliendo il registro linguistico dell’antitesi, perché mette in luce in ogni sotto-titolo un tratto specifico della crisi che stiamo vivendo, ma non dimentica di riferirsi ai segni di speranza che non mancano di accompagnare il nostro cammino e il cammino della Chiesa tutta.

Tempo di Avvento

Teniamo viva la speranza: nell’oscurità ma non smarriti.

È l’oscurità della crisi personale a causa di una malattia o di un lutto; della crisi più collettiva che segna il tempo che viviamo; della crisi più religiosa del mondo secolarizzato, dove sembra che la fede non tocchi più l’orizzonte vitale e di senso delle persone.

Dentro questa oscurità i discepoli di Gesù, seppur disorientati e forse impauriti, non sono smarriti perché c’è una Parola, con la ‘P’ maiuscola, è la Parola di Dio che si fa vita, che, come lampada ai nostri passi e luce sul nostro cammino (cf. Salmo 118), guida il cammino di tutti e dell’intera comunità ecclesiale. È una Parola, che questo tempo di Avvento ci dona, della quale dobbiamo metterci in ascolto; una Parola da accogliere e fare nostra; da tradurre nella vita; da testimoniare con la nostra vita; una Parola da annunciare al mondo, ai nostri contesti di vita, ai nostri contemporanei trovando contesti, mezzi e modalità che ci qualifichino come discepoli missionari.

Tempo di Natale

Teniamo viva la speranza: nella frammentarietà ma non incapaci di farci vicini.

La frammentarietà a cui ci si riferisce è l’effetto della crisi delle relazioni. Questo tempo propone relazioni sempre più a maglie larghe; relazioni virtuali che faticano a diventare esperienza di incontro e confronto, se servisse anche di scontro ma nella logica del discernimento che costruisce; relazioni povere perché tessute solo con chi ci circonda più direttamente; relazioni deboli perché non nutrite e curate; relazioni “di comodo” o “di servizio” dove cerchiamo gli altri o veniamo cercati solo per necessità; relazioni poco significative perché non ci giochiamo per esse; relazioni difficili perché segnate da conflitti, divisioni, allontanamenti, giudizi e pregiudizi; relazioni vuote perché incapaci di metterci il cuore.

In questa frammentarietà, seppur anche i credenti vivono a volte queste dinamiche relazionali, il Dio che si fa vicino nel dono di suo Figlio Gesù, che nel Natale prende corpo, si fa vita, si fa bambino, si fa piccolo, ci invita a nostra volta a farci vicini, a farci prossimi, a camminare incontro, a favorire il dialogo, il confronto, la condivisione. Gesù che si fa uomo ci insegna ad umanizzare le nostre relazioni e a renderle occasione per volerci bene.

Tempo della pace (prime settimane di gennaio)

Teniamo viva la speranza: nel conflitto ma non senza pace.

Mai come in questo tempo respiriamo il conflitto. È la crisi dei conflitti tra nazioni o tra popoli nella stessa nazione diffusi in tutto il mondo: ad oggi se ne contato ben 56. È il conflitto tra gli uomini che abitano i contesti domestici, i contesti lavorativi, a volte anche i contesti ecclesiali di alcuni gruppi. Questo interpella la qualità cristiana della nostra vita e la qualità evangelica delle nostre comunità.

In questo tempo di conflitto anche noi cristiani siamo provocati. Abitiamo però questo clima custodendo, promuovendo e annunciando la pace, senza dimenticare che proprio il primo giorno dell’anno la Chiesa celebra la Giornata della Pace affidandosi alla B. V. Maria, regina della pace. È la pace che ci è donata dal Signore Risorto, come Papa Leone ci ha ricordato Lin dalle sue prime parole rivolte a tutto il mondo. È la pace che ciascuno custodisce nel cuore perché sa di essere nelle mani di Dio, sa di avere un cuore pacificato dall’amore di Dio che perdona. È la pace che ognuno di noi desidera per la propria comunità, per la propria nazione, per il mondo intero.

Tempo dell’educazione (Settimana dell’oratorio e settimane successive)

Teniamo viva la speranza: nel cambiamento ma non senza radici.

Il cambiamento ci mette in crisi. E come ci diceva Papa Francesco non siamo in un’epoca di cambiamenti ma in un cambiamento d’epoca. Sono messe in crisi le evidenze etiche, le tradizioni, le buone prassi… è cambiato il modo di percepire la realtà; sono cambiati i riferimenti; sono cambiate le pratiche, anche ecclesiali; cambiati gli stili di vita, anche in riferimento alla fede; è cambiata l’antropologia; il modo di dare valore alle persone e alle cose; è mutata la scala di valori; molto forse moltissimo cambia e questo avviene in modo repentino e incontrollato.

I credenti abitano il cambiamento, stanno dentro l’odierna complessità che muta, rimanendo radicati in quello che S. Paolo nella lettera ai Romani chiama il fondamento della nostra storia, Gesù. Siamo chiamati a rimanere radicati in Cristo e a fondare in esso i processi educativi delle nuove generazioni. Lo strumento educativo primo per le nostre comunità è l’esperienza dell’oratorio che in questo tempo celebriamo facendo memoria di

S. Giovanni Bosco. La nostra proposta oratoriana pone le sue radici in Gesù?

Tempo di Quaresima

Teniamo viva la speranza: nel peccato ma non dimenticati dall’amore.

L’esperienza del male nel mondo, del male che gli altri scelgono di compiere in situazioni e contesti diversi, del male che ci abita e che prende anche i tratti del peccato di ciascuno, ci mette in crisi. Che Line ha fatto il bene? Chi lo custodisce? Chi prova a rompere quel circolo vizioso di invidia, egoismo, avidità, disprezzo che non lascia più spazio all’amore e all’amare?

I cristiani, consapevoli di essere peccatori perdonati, non dimenticano di essere amati da Dio e non si dimenticano che sono chiamati ad amare. Il Crocifisso ci dà l’esempio. È il segno di un amore totale, fedele e gratuito che redime e riconcilia l’uomo con Dio, con sé stesso e con gli altri. Il Crocifisso ci invita a fare come ha fatto lui: amare gratuitamente, amare tutti, amare sempre, amarci a vicenda.

Tempo di Pasqua

Teniamo viva la speranza: nella fede ma non illusi.

Nonostante la crisi degli aspetti religiosi della vita, la crisi della vita nelle comunità cristiane, la crisi nella trasmissione della fede, la crisi delle vocazioni ci interroghino e, a volte, ci inquietino e rendano vivo il dubbio, la Pasqua ci riconsegna l’esperienza autentica della fede come occasione per rimanere con il Signore, lasciarsi nutrire da lui, rinnovare dal suo amore, illuminare dalla sua Risurrezione, incoraggiare dal dono del suo Spirito.

Possiamo stare nella complessità della vita non come degli illusi, confusi o distratti da falsi miti o promesse, ma come discepoli del Risorto rinnovati e rinfrancati nella fede. Quella fede che è dono di Dio, fondata in Gesù risorto e rinnovata dallo Spirito che soffia in noi e sulle vele della barca che è la Chiesa, che siamo noi, comunità cristiane in unità pastorale.

Tempo dell’estate

Teniamo viva la speranza: nella piccolezza ma non insignificanti.

Il 2026 è indicato come l’anno francescano perché si ricordano gli ottocento anni dalla morte di S. Francesco. La vita e la storia di S. Francesco risuonano come un invito a scegliere la piccolezza, l’umiltà, la semplicità, la povertà.

La non visibilità, la scarsità di like sui social, il mancato riconoscimento di ciò che siamo o facciamo, il rimanere sempre ‘dietro’ gli altri, ci mette in crisi. Tutti vogliono emergere, essere famosi, essere tra i ‘grandi’.

L’esperienza credente invece, fedele al Vangelo, ci ricorda che chi si umilia sarà innalzato; chi perderà la propria vita, la salverà; che gli ultimi e i piccoli saranno i primi, i più grandi di tutti. Siamo invitati a essere piccoli, per la fede, come ci insegna S. Francesco, che non vuol dire essere insignificanti. Anzi come dice S. Paolo la debolezza, la piccolezza, diventa il segno della forza e della Grazia di Dio.

Facciamo che la nostra esperienza di discepoli e la nostra vita comunitaria non siano mai insignificanti, ma con umiltà, nella piccolezza dei nostri mezzi e delle nostre risorse, possiamo essere sempre segno di speranza. L’esperienza estiva del Grest – che metterà a tema la vita e la storia di S. Francesco – e il tempo estivo, che per le nostre comunità è sempre un tempo eccezionale, indichino la via della piccolezza come la via autentica per vivere la vita in pienezza.

Come caratterizzare ogni tempo liturgico?

Riferendoci ai quattro punti d’appoggio che il Vescovo definisce e suggerisce nella sua lettera: 1. Pregare senza stancarsi. 2. Lasciarsi guidare e interrogare dalla Parola di Dio nell’ascolto. 3. Investire sulla formazione. 4. Condividere un cammino comune.

Come SEGNO abbiamo pensato di collocare nelle nostre chiese un vaso di vetro trasparente, riempito con dell’acqua e illuminato, a partire dal basso, collocando un faro di luce sotto di esso. L’acqua richiama quel mare, a volte mosso dalle onde, della nostra vita e di questo tempo, nel quale la barca, che siamo noi e che è la Chiesa tutta, naviga. La luce è il segno della speranza che non delude, Gesù, che non manca di lasciare su quel mare le sue orme invisibili e di venirci incontro sempre, come richiama l’icona evangelica del cammino di Gesù sulle acque, che la lettera del Vescovo affida alla nostra comunità diocesana.

In ogni chiesa verrà anche collocata la frase di riferimento del titolo dell’anno e del tempo liturgico.in queste pagine condividiamo l’itinerario pastorale per le nostre comunità, in unità pastorale, per l’anno pastorale 2025 – 2026, frutto della riflessione e del lavoro comunitario del Consiglio pastorale di UP, con la presenza dei catechisti, degli educatori, dei membri dei Consigli degli oratori e di altri operatori pastorali, riuniti in oratorio a Capralba martedı̀ 28 ottobre 2025.

Ci ha guidato e ha orientato la riflessione la lettera alla diocesi per l’anno pastorale in corso del nostro Vescovo Daniele I tuoi sentieri sulle grandi acque. Teniamo viva la speranza.

Ci ha orientato anche il riferirci ai significati dei tempi liturgici, che ritmano la vita e il cammino delle nostre comunità cristiane in unità pastorale, come accompagnano il cammino di tutta la Chiesa.

Ci ha incoraggiato l’esperienza che abbiamo vissuto lo scorso anno e quello prima: dedicare un po’ di tempo insieme per riflettere e affidare alle nostre comunità un orizzonte comunitario nel quale inscrivere il cammino di tutti e di ciascuno.

Abbiamo scelto un titolo che si articola in una prima parte, più immediata e in una seconda parte declinata in modo differente per ogni tempo liturgico o tempo ecclesiale.

In merito al TITOLO dell’anno nella sua PRIMA PARTE terremo la seconda parte del titolo della lettera del Vescovo, tratto dalla Lettera ai Romani di S. Paolo apostolo (cf. Rom 15, 4), che ci ricorda che siamo ancora – almeno fino a inizio gennaio – nel tempo del Giubileo della speranza: Teniamo viva la speranza.

Sono parole incoraggianti e significative.

Sono tratte dalla Parola di Dio, dal nuovo testamento e rivolte ad una comunità di credenti, ebrei e pagani convertiti, che Paolo vuole incontrare, ma ancora non conosce. Scrive loro quasi al termine del suo terzo viaggio missionario consapevole che la comunità di Roma viveva la difficoltà di convivere e di trovare un’unità di intenti. Scrive loro anche per offrire un insegnamento apostolico e per rafforzare la comunità di fronte alle pressioni del tempo che mettevano alla prova il suo cammino e la sua fede. Per

questo la lettera contiene verità teologiche e indicazioni pratiche su come i credenti devono comportarsi nella vita quotidiana, sia individualmente che come comunità.

Per questo ci sembra importante custodire queste parole come titolo, in quanto ci richiamano a fare memoria della nostra fede, che trova il suo unico fondamento in Gesù Cristo e ci incoraggiano a vivere questo tempo buono che ci è dato ma che vede anche momenti di difficoltà e segni di crisi.

Anche le nostre comunità sono invitate a fare unità e non è sempre semplice. Queste parole ci invitano a non venire meno nella fiducia nel Signore, nella Chiesa e nel cammino che insieme stiamo condividendo.

Per la SECONDA PARTE del TITOLO viene indicata un’espressione che ci riconduce al significato del tempo liturgico che viene vissuto. L’abbiamo fatto scegliendo il registro linguistico dell’antitesi, perché mette in luce in ogni sotto-titolo un tratto specifico della crisi che stiamo vivendo, ma non dimentica di riferirsi ai segni di speranza che non mancano di accompagnare il nostro cammino e il cammino della Chiesa tutta.

Tempo di Avvento

Teniamo viva la speranza: nell’oscurità ma non smarriti.

È l’oscurità della crisi personale a causa di una malattia o di un lutto; della crisi più collettiva che segna il tempo che viviamo; della crisi più religiosa del mondo secolarizzato, dove sembra che la fede non tocchi più l’orizzonte vitale e di senso delle persone.

Dentro questa oscurità i discepoli di Gesù, seppur disorientati e forse impauriti, non sono smarriti perché c’è una Parola, con la ‘P’ maiuscola, è la Parola di Dio che si fa vita, che, come lampada ai nostri passi e luce sul nostro cammino (cf. Salmo 118), guida il cammino di tutti e dell’intera comunità ecclesiale. È una Parola, che questo tempo di Avvento ci dona, della quale dobbiamo metterci in ascolto; una Parola da accogliere e fare nostra; da tradurre nella vita; da testimoniare con la nostra vita; una Parola da annunciare al mondo, ai nostri contesti di vita, ai nostri contemporanei trovando contesti, mezzi e modalità che ci qualifichino come discepoli missionari.

Tempo di Natale

Teniamo viva la speranza: nella frammentarietà ma non incapaci di farci vicini.

La frammentarietà a cui ci si riferisce è l’effetto della crisi delle relazioni. Questo tempo propone relazioni sempre più a maglie larghe; relazioni virtuali che faticano a diventare esperienza di incontro e confronto, se servisse anche di scontro ma nella logica del discernimento che costruisce; relazioni povere perché tessute solo con chi ci circonda più direttamente; relazioni deboli perché non nutrite e curate; relazioni “di comodo” o “di servizio” dove cerchiamo gli altri o veniamo cercati solo per necessità; relazioni poco significative perché non ci giochiamo per esse; relazioni difficili perché segnate da conflitti, divisioni, allontanamenti, giudizi e pregiudizi; relazioni vuote perché incapaci di metterci il cuore.

In questa frammentarietà, seppur anche i credenti vivono a volte queste dinamiche relazionali, il Dio che si fa vicino nel dono di suo Figlio Gesù, che nel Natale prende corpo, si fa vita, si fa bambino, si fa piccolo, ci invita a nostra volta a farci vicini, a farci prossimi, a camminare incontro, a favorire il dialogo, il confronto, la condivisione. Gesù che si fa uomo ci insegna ad umanizzare le nostre relazioni e a renderle occasione per volerci bene.

Tempo della pace (prime settimane di gennaio)

Teniamo viva la speranza: nel conflitto ma non senza pace.

Mai come in questo tempo respiriamo il conflitto. È la crisi dei conflitti tra nazioni o tra popoli nella stessa nazione diffusi in tutto il mondo: ad oggi se ne contato ben 56. È il conflitto tra gli uomini che abitano i contesti domestici, i contesti lavorativi, a volte anche i contesti ecclesiali di alcuni gruppi. Questo interpella la qualità cristiana della nostra vita e la qualità evangelica delle nostre comunità.

In questo tempo di conflitto anche noi cristiani siamo provocati. Abitiamo però questo clima custodendo, promuovendo e annunciando la pace, senza dimenticare che proprio il primo giorno dell’anno la Chiesa celebra la Giornata della Pace affidandosi alla B. V. Maria, regina della pace. È la pace che ci è donata dal Signore Risorto, come Papa Leone ci ha ricordato Lin dalle sue prime parole rivolte a tutto il mondo. È la pace che ciascuno custodisce nel cuore perché sa di essere nelle mani di Dio, sa di avere un cuore pacificato dall’amore di Dio che perdona. È la pace che ognuno di noi desidera per la propria comunità, per la propria nazione, per il mondo intero.

Tempo dell’educazione (Settimana dell’oratorio e settimane successive)

Teniamo viva la speranza: nel cambiamento ma non senza radici.

Il cambiamento ci mette in crisi. E come ci diceva Papa Francesco non siamo in un’epoca di cambiamenti ma in un cambiamento d’epoca. Sono messe in crisi le evidenze etiche, le tradizioni, le buone prassi… è cambiato il modo di percepire la realtà; sono cambiati i riferimenti; sono cambiate le pratiche, anche ecclesiali; cambiati gli stili di vita, anche in riferimento alla fede; è cambiata l’antropologia; il modo di dare valore alle persone e alle cose; è mutata la scala di valori; molto forse moltissimo cambia e questo avviene in modo repentino e incontrollato.

I credenti abitano il cambiamento, stanno dentro l’odierna complessità che muta, rimanendo radicati in quello che S. Paolo nella lettera ai Romani chiama il fondamento della nostra storia, Gesù. Siamo chiamati a rimanere radicati in Cristo e a fondare in esso i processi educativi delle nuove generazioni. Lo strumento educativo primo per le nostre comunità è l’esperienza dell’oratorio che in questo tempo celebriamo facendo memoria di

S. Giovanni Bosco. La nostra proposta oratoriana pone le sue radici in Gesù?

Tempo di Quaresima

Teniamo viva la speranza: nel peccato ma non dimenticati dall’amore.

L’esperienza del male nel mondo, del male che gli altri scelgono di compiere in situazioni e contesti diversi, del male che ci abita e che prende anche i tratti del peccato di ciascuno, ci mette in crisi. Che Line ha fatto il bene? Chi lo custodisce? Chi prova a rompere quel circolo vizioso di invidia, egoismo, avidità, disprezzo che non lascia più spazio all’amore e all’amare?

I cristiani, consapevoli di essere peccatori perdonati, non dimenticano di essere amati da Dio e non si dimenticano che sono chiamati ad amare. Il Crocifisso ci dà l’esempio. È il segno di un amore totale, fedele e gratuito che redime e riconcilia l’uomo con Dio, con sé stesso e con gli altri. Il Crocifisso ci invita a fare come ha fatto lui: amare gratuitamente, amare tutti, amare sempre, amarci a vicenda.

Tempo di Pasqua

Teniamo viva la speranza: nella fede ma non illusi.

Nonostante la crisi degli aspetti religiosi della vita, la crisi della vita nelle comunità cristiane, la crisi nella trasmissione della fede, la crisi delle vocazioni ci interroghino e, a volte, ci inquietino e rendano vivo il dubbio, la Pasqua ci riconsegna l’esperienza autentica della fede come occasione per rimanere con il Signore, lasciarsi nutrire da lui, rinnovare dal suo amore, illuminare dalla sua Risurrezione, incoraggiare dal dono del suo Spirito.

Possiamo stare nella complessità della vita non come degli illusi, confusi o distratti da falsi miti o promesse, ma come discepoli del Risorto rinnovati e rinfrancati nella fede. Quella fede che è dono di Dio, fondata in Gesù risorto e rinnovata dallo Spirito che soffia in noi e sulle vele della barca che è la Chiesa, che siamo noi, comunità cristiane in unità pastorale.

Tempo dell’estate

Teniamo viva la speranza: nella piccolezza ma non insignificanti.

Il 2026 è indicato come l’anno francescano perché si ricordano gli ottocento anni dalla morte di S. Francesco. La vita e la storia di S. Francesco risuonano come un invito a scegliere la piccolezza, l’umiltà, la semplicità, la povertà.

La non visibilità, la scarsità di like sui social, il mancato riconoscimento di ciò che siamo o facciamo, il rimanere sempre ‘dietro’ gli altri, ci mette in crisi. Tutti vogliono emergere, essere famosi, essere tra i ‘grandi’.

L’esperienza credente invece, fedele al Vangelo, ci ricorda che chi si umilia sarà innalzato; chi perderà la propria vita, la salverà; che gli ultimi e i piccoli saranno i primi, i più grandi di tutti. Siamo invitati a essere piccoli, per la fede, come ci insegna S. Francesco, che non vuol dire essere insignificanti. Anzi come dice S. Paolo la debolezza, la piccolezza, diventa il segno della forza e della Grazia di Dio.

Facciamo che la nostra esperienza di discepoli e la nostra vita comunitaria non siano mai insignificanti, ma con umiltà, nella piccolezza dei nostri mezzi e delle nostre risorse, possiamo essere sempre segno di speranza. L’esperienza estiva del Grest – che metterà a tema la vita e la storia di S. Francesco – e il tempo estivo, che per le nostre comunità è sempre un tempo eccezionale, indichino la via della piccolezza come la via autentica per vivere la vita in pienezza.

Come caratterizzare ogni tempo liturgico?

Riferendoci ai quattro punti d’appoggio che il Vescovo definisce e suggerisce nella sua lettera: 1. Pregare senza stancarsi. 2. Lasciarsi guidare e interrogare dalla Parola di Dio nell’ascolto. 3. Investire sulla formazione. 4. Condividere un cammino comune.

Come SEGNO abbiamo pensato di collocare nelle nostre chiese un vaso di vetro trasparente, riempito con dell’acqua e illuminato, a partire dal basso, collocando un faro di luce sotto di esso. L’acqua richiama quel mare, a volte mosso dalle onde, della nostra vita e di questo tempo, nel quale la barca, che siamo noi e che è la Chiesa tutta, naviga. La luce è il segno della speranza che non delude, Gesù, che non manca di lasciare su quel mare le sue orme invisibili e di venirci incontro sempre, come richiama l’icona evangelica del cammino di Gesù sulle acque, che la lettera del Vescovo affida alla nostra comunità diocesana.

In ogni chiesa verrà anche collocata la frase di riferimento del titolo dell’anno e del tempo liturgico.