Parrocchia di San Martino

E’ la località più antica documentata, almeno fino ad ora, del territorio di Capralba. E’ citata per la prima volta in un documento del 919, quale luogo di provenienza dei fratelli Ragimundo et Gisalbertus germani de Farinate che presero parte nel loro ufficio di “sculdasci” aventi speciale autorità militare, civile e giudiziaria ad un placito celebrato a Bonate Sopra e presieduto dal vescovo di Cremona, Giovanni, da Gisalberto I°, capostipite della famiglia Gisalbertina, come vassallo e messo dell’imperatore, e da Suppone conte di Bergamo. Non mancava dunque di una certa importanza se vi abitavano persone di alto rango; con ogni probabilità era già località fortificata, munita di castello, come confermerà più avanti la Bolla del 1114 di papa Pasquale II. Tuttavia è nell’anno 970 che Farinate, corte regia, entra o ritorna a far parte dei beni di Gisalberto II quando gli vengono conferiti da Ottone I, dopo averli confiscati al conte Bernardo di Pavia. I Gisalbertini, conti di Bergamo, non hanno fondato Farinate, che risale sicuramente al periodo longobardo; ma Farinate deve a loro se si è ritagliata una piccola parte nella storia lombarda. Ha seguito l’ascesa ed il declino di questo lignaggio importante per tutto il X° ed XI° secolo. A loro deve anche la fondazione dell’unico monastero benedettino femminile della diocesi cremasca: S. Fabiano. Eretto da nove tra fratelli e cugini sul loro fondo” qui castellum vetus de Farinate dicitur”. Ha una storia attestata da pochi documenti ma in compenso assai autorevoli, quali: Bolle pontificie dirette ad alcune sue abbadesse da Pasquale II, Callisto II ed Innocenzo II. Il monastero avrà vita breve; creato per riunire gli eredi attorno al monastero, farne la necropoli, la riserva fondiaria e la banca della famiglia, non è riuscita a dare al monastero una dotazione sufficiente. Il progetto non ha saputo coinvolgere i vari rami del lignaggio e i vassalli del territorio; il castrum ha continuato a ruinare; la speranza di riunire gli eredi è andata delusa; dei nove rami, solamente tre appaiono ancora nei documenti alla generazione successiva. E la fine di Buscapane segna lo smacco spirituale del monastero, dal momento che la figlia si fa monaca nel convento di Astino e divide i suoi beni fra questo monastero e S. Grata, altro convento bergamasco. A governare il territorio di Farinate fu un ramo dei Gisalbertini, definiti conti di Farinate, che ressero la contea dal 919 fino a tutto il XII° secolo. Con la chiusura del monastero e il trasferimento dei Gisalbertini a Capralba ed a Crema, dove ricopriranno anche cariche importanti, la parentesi storica più importante per Farinate si chiude; rimarrà comune autonomo fino al 30 giugno 1868, quando un decreto di Vittorio Emanuele II lo aggregherà al comune di Capralba.
Storia religiosa
La prima attestazione di un insediamento religioso a Farinate risale al XII° secolo, quando nella Bolla di papa Callisto II del 1120 tra le dipendenze del monastero cluniacense di S. Paolo d’Argon, furono citati gli Oratori di S. Nicola, S. Martino e il monastero di S. Fabiano. La chiesa principale di Farinate, S. Martino, viene nominata nella lettera di Gregorio VIII° a Sicardo vescovo di Cremona del 2 novembre 1187, nella quale viene ribadita l’appartenenza alla diocesi di Cremona. Nel 1385 risulta che Farinate dipendeva dalla Pieve di Misano Gera d’Adda con diverse chiese: quella del castello, S. Martino e S. Nicola. Negli Atti delle visite pastorali dei vescovi di Cremona, Mons. Trevisani nel 1520 e di Mons. Benedetto Accolti nel 1542, si trova citazione di S. Martino, definita chiesa parrocchiale e si precisa che il titolo della vecchia chiesa di S. Martino, che fungeva da parrocchiale, era stato da tempo traslato, insieme alla cura d’anime, in questa chiesa dedicata in precedenza a S. Nicola. Nel 1580 la parrocchia di Farinate fu staccata dalla diocesi di Cremona ed unita alla diocesi di Crema. Nel 1583 Mons. Regazzoni durante la visita apostolica, verificò che l’edificio necessitava di riparazioni; sollecitò a completare entro un biennio, con l’utilizzo del materiale ricavabile dalla cadente S. Martino, per riportare ad uno stato più decoroso la sagrestia, la cappella maggiore, la casa parrocchiale, i due altari. Il Visitatore, poi, ordinò al parroco di non celebrare alcuna messa in S. Fabiano, ex chiesa del monastero femminile, sotto pena di sospensione a divinis. La chiesa parrocchiale di S. Martino, come ordinato da Mons. Regazzoni e confermato dalla Visita di Mons. Lombardi, fu ricostruita prima del 1615 e completata entro il 1626 con l’erezione della torre campanaria. A Farinate esisteva un monastero benedettino femminile. Il primo documento autentico che parla del convento di S. Fabiano è del mese di febbraio del 1114 e ci fa conoscere l’atto di donazione della Chiesa di S. Fabiano di Farinate con i suoi possedimenti alla “Chiesa di S. Pietro Apostolo in Cristo” di Roma, sottoscritto da alcuni conti gisalbertini. Il documento pone in risalto che i donatori sono comproprietari della chiesa donata; che essa è costruita su un loro fondo denominato vecchio castello; che la chiesa è dotata di beni e che tale proprietà delinea rapporti di parentela in quanto i donatori sono tutti discendenti da Ardoino I°, conte di Bergamo e della famiglia gisalbertina. La donazione viene accettata da Pasquale II, che nella Bolla di risposta afferma che le proprietà siano conservate ed usate interamente per le necessità delle monache che qui sono votate al servizio di Dio. Dopo alcuni decenni, il monastero di S. Fabiano, con Bolla del 1169 di papa Alessandro III°, viene unito e sottomesso alla badessa del monastero di S. Damiano di Dovera. Ma le monache di S. Fabiano non intendono riconoscere l’autorità della badessa di Dovera; vogliono essere autonome. E per questa motivazione, unita a quella della sicurezza personale “essendo raggione le guerre et altre calamità di quel luogo” (Farinate), alcune si trasferiscono a Treviglio, dove già tenevano una dipendenza, dei beni e la chiesa di S. Pietro, che utilizzavano nelle loro trasferte in città, e vi fondano il monastero di S. Pietro di Treviglio che verrà soppresso nel 1789; altre partecipano alla fondazione del convento di S. Maria Mater Domini in Crema; le restanti si aggregano al convento di S. Damiano di Dovera. Le testimonianze più antiche della chiesa parrocchiale di S. Martino sono emerse nel presbiterio. I lavori per la sistemazione del pavimento e del nuovo altare rivolto verso i fedeli (anno 1996), hanno portato alla luce il tracciato di un’antica abside circolare, certamente medioevale (forse romanica), che chiudeva la chiesa poco oltre l’attuale altare ottocentesco. L’intero coro, che si trova ora dietro l’altare maggiore, è quindi un’aggiunta posteriore, probabilmente risalente alla ricostruzione della chiesa di inizio Seicento. L’attuale edificio somma alla testimonianza di quell’epoca, l’ampliamento del 1951 dell’aula, con costruzione di nuova facciata ad opera dell’Ing. Franz Cavallotti, che ne continua le linee architettoniche. La chiesa di S. Martino offre la possibilità di vedere opere di pregio artistico: sopra l’altare, la volta ed il catino absidale sono interamente ornati con dipinti murali del ‘500-‘600, recentemente riscoperti sotto diverse mani di intonaco e restaurati nel 1996. Un ciclo di Misteri del Rosario ad affresco che si trova nella cappella della Madonna che vengono attribuiti al Botticchio di scuola Barbelliana. Una tela ad olio raffigurante lo Sposalizio della Madonna attribuita al pittore Mauro Picenardi. Due tele dell’Adorazione dei Magi, a cui è stato possibile proporre un’attribuzione di scuola. Quella più grande è noto essere la copia di una tela di Bernardino Campi del 1575, donata nel 1839 dal conte Ferrante Terni di Crema alla chiesa parrocchiale. L’altra, di dimensioni minori, si è scoperto che tale dipinto è la copia Ottocentesca di un quadro attribuito a Giulio Campi, sito nella chiesa di S. Omobono a Cremona. Da ultimo l’organo della chiesa ad una tastiera e pedaliera, che fu costruito da Giuseppe I° e Andrea Luigi Serassi di Bergamo nel 1751, in origine per la chiesa di S. Marta di Vailate; è uno dei più antichi Serassi esistenti nella diocesi di Crema.
